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Breve intervista a Simone De Biase

Le parole sono un po’ come il vestito giusto per un’occasione, vanno scelte bene e con cura se non si vuole sbagliare.
Ecco, questo è il caso in cui di parole non me ne vengono in mente tante perché non credo ci siano né ci saranno mai quelle giuste per raccontavi questa storia.
Oggi la mia intervista voglio dedicarla ad una persona che odia essere definita speciale, ma che alla fine lo è. Oggi dedico la mia intervista ad un padre eccezionale che tutti meritate di conoscere.
Devo ammettere che forse questo è stato il mio articolo più “sofferto”, data la resistenza che aveva al riguardo l’intervistato, ma alla fine ce l’ho fatta, dovevo raccontarvi questa storia, non potevo non farlo.
Consideratelo come un bellissimo regalo per la festa del papà un po’ in ritardo perché, anche se è una frase banale, alla fine il papà si festeggia tutti i giorni.

Quelli di voi che conoscono bene la nostra Associazione conosceranno sicuramente anche Simone, lui non è parte di Heal, lui è il cuore.
Simone ha 38 anni e nel 2016, insieme a sua moglie Serena, ha fondato Heal Onlus; Heal è cresciuta dentro di lui come una necessità, la necessità di aprire una finestra sulla scienza per tutte le famiglie che, come lui ha fatto in passato, vivono ogni giorno la malattia oncologica dei propri figli.
Quando l’ho conosciuto per la prima volta mi ha dato subito l’impressione di una persona buona e semplice, uno di quelli che se ti apre il cuore ci trovi un universo dentro ed infatti non mi sbagliavo.
Come prima domanda chiedo a Simone di presentarsi; sapete qual’è la prima cosa che mi dice? “ Sono un papà.” –
– “ Ho due bambini, Enea, di appena un mese e mezzo, e Gaia che avrà per sempre cinque anni.
Ho sempre voluto crescere i miei figli con il rispetto per ciò che li circonda, la natura prima di tutto, ecco perché ho chiamato mia figlia Gaia, un omaggio alla madre terra.-
Simone è una di quelle persone che riesce a rendere qualsiasi cosa interessante, quando ti spiega qualcosa ti racconta sempre una storia ecco perché forse mi resta difficile raccontarvi la sua.
L’ho definito un papà “speciale”, perché a mio parere genitori come lui che lottano o hanno lottato tanto e creduto e sperato e non si sono mai arresi del tutto, possiedono una forza che va al di là della mia immaginazione.
– Non mi considero un papà speciale ma un uomo speciale in quanto papà- mi dice Simone – credo ci sia qualcosa di straordinario nel diventare padre..è un compito difficile che si porta avanti con orgoglio, non saprai mai se hai svolto bene questo meraviglioso incarico però dedichi comunque tutto te stesso.-
E’ vero, essere un genitore non ha mai delle regole fisse e ci sono dei momenti in cui purtroppo si deve essere forti sia per se stessi sia per i propri figli ed è questo il caso di Simone che è stato forte fino alla fine per lui e per la sua bambina Gaia.
– Un episodio che vorrei tanto condividere, quello che poi mi ha spinto a fondare Heal, riguarda proprio i medici… Ero a casa, a 150 chilometri lontano da Roma, eravamo appena tornati con la mia bambina da una risonanza magnetica con risultato positivo eppure sentivo che qualcosa non andava; qualcosa mi diceva di controllare a fondo, non ero pienamente convinto. Così ho chiamato i medici che si occupavano di mia figlia dicendo che quella sera stessa sarei tornato a Roma in pronto soccorso per dei controlli.
Era un sabato mi pare, loro dovevano essere ovviamente a casa.
Appena entrai in pronto soccorso con stupore li trovai lì ad aspettarmi… Ecco vederli tutti lì, per mia figlia, per noi, mi lasciò piacevolmente sorpreso; all’epoca non c’era nessun tipo di legame affettivo che ci univa a quei dottori eppure erano là per ricordarmi che la loro “ casa” erano anche i nostri figli.
Questo episodio mi ha spronato a creare qualcosa che celebrasse questo legame: quello tra scienza e famiglia.-
Infatti è così, Heal è speciale proprio perché sono le famiglie a contribuire alla scienza.

Come ultima domanda chiedo a Simone di lasciare un suo messaggio personale ad un padre che come lui ha vissuto o vive ogni giorno la malattia del proprio figlio – Non so cosa dire; è difficile perché ognuno reagisce a suo modo- mi dice Simone- quello che posso consigliare però è questo: non bisogna credere a chi alimenta le nostre paure ed a chi ci gonfia di superflue speranze e soprattutto non bisogna trasmettere la nostra paura ai nostri figli. Mia figlia non ha mai avuto paura, è stata sempre gentile e coraggiosa, sempre.
Bisogna credere invece a chi ha fatto della scienza la propria vita; questo è il futuro, questa è la speranza.-

Se un giorno dovessero chiedermi: “raccontami qualcosa di incredibile che hai visto nella tua vita” senza dubbio racconterei questo; racconterei la storia di Simone che è riuscito a costruire qualcosa per se stesso e sopratutto per gli altri quando ormai per lui tutto sembrava non avere più un senso.
Potrei citarvi a questo punto un’infinità di frasi di circostanza “ il dolore rende più forti, il dolore aiuta a crescere etc etc..” ma la verità è una sola: il dolore è solo dolore, siamo noi a dargli un senso perché in fin dei conti la differenza tra sofferenza e speranza è solo di poche lettere e Simone ne è la prova.

Ringrazio Simone De Biase per il suo tempo e per aver condiviso con me e con voi la sua storia.

Di Ludovica Onorati

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