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L’avventuroso destino

Ulisse, Itaca, il viaggio, la ricerca: andata e ritorno

 

In una delle strofe più rappresentative del brano Odysseus tratto dall’album Ritratti del 2004, Francesco Guccini scrive:

“[…]Ma nel futuro trame di passato / si uniscono a brandelli di presente, / ti esalta l’acqua e al gusto del salato / brucia la mente / e ad ogni viaggio reinventarsi un mito / a ogni incontro ridisegnare il mondo / e perdersi nel gusto del proibito / sempre più in fondo […]”.

In questi versi, all’interno dei quali s’esala un anelito di malinconica contemplazione del senso stesso del viaggio che si pone, per l’eroe omerico, come processo attraverso cui la mente arde e brucia di una forza oscura, si viene ad evidenziare un’area tematica tanto affascinante quanto problematica: l’avventuroso destino della ricerca. La ricerca è un tentativo picaresco di ridisegnare i contorni del mondo, un istinto a perdersi in qualcosa che è custodito in scrigni proibiti, ma che necessita di essere riportato in vita attraverso un’immersione di natura “errante”, perché tutto ciò che vive nelle profondità della conoscenza ha bisogno di essere ricondotto alla luce della superficie, in un’esperienza dinamica dal basso verso l’alto, un viaggio di estrema e titanica pulsione innovativa. Questa speciale tipologia di forza non può non ricordare, per profonde analogie, la straordinaria sequenza con cui si apre il film Il Petroliere per la regia di Paul Thomas Anderson (2007) – una delle sequenze più amate da Quentin Tarantino – in cui il personaggio di Daniel Plainview, interpretato magistralmente da un Daniel Day-Lewis “ulisside” ed al massimo delle proprie abilità attoriali, si accanisce contro la roccia, sospeso lungo una profonda cava oscura, grondante sangue e sudore, nel tentativo di estrarre l’oro nero attraverso una resa artistica da manuale ed oscillante a metà tra la prevaricazione, l’avidità, l’ossessione, l’ambizione ed una violentissima forza di volontà.

Per “estrarre” ci si accanisce con le unghie e con i denti, al fine di portare alla luce qualcosa che sia innovativo per il mondo, perché ogni atto di ricerca non è altro che una forte spinta estrattiva, stimolata da una sana ossessione verso l’oggetto di indagine che viene declinato e scisso in tutte le proprie componenti costitutive, perché “estrarre” significa anche, a volte, espropriare, dilapidare, defraudare, scarnificare, ridurre all’osso qualcosa che necessita un profondo esercizio di conoscenza interno, approfondito ed essenziale.

È questa forza estrattiva che veicola l’istinto della ricerca intesa come “strumento essenziale” per forgiare una nuova idea di “avvenire”, in tutte le proprie diverse declinazioni: artistica, letteraria, scientifica. Ed è proprio nelle evoluzioni e nei processi della ricerca scientifica che viene ad imporsi una possibile idea di futuro: “possibile” in quanto tangibile conquista che, interpretabile come cesura tra passato e futuro, scardina ed innova, perfeziona e migliora, teorizza e mette in pratica, preserva e salva dalla scomparsa, dall’oblio, dalla morte. Obiettivo principale di ogni atto di ricerca scientifica è, pertanto, il desiderio “ulisside” di uno smarrimento catartico all’interno di un processo infinito, continuo, che pulsa ed irradia innovazione, possibilità, scoperta. In una parola: futuro. Si dice spesso, quotidianamente e con fare da slogan: “la ricerca è il futuro”, oppure “il futuro è nella ricerca”.

La ricerca potrebbe essere evidenziata dall’aggettivo “futura”, un termine che non può non rimandare ad alcuni celebri versi di Lucio Dalla che, nel brano Futura del 1980, canta:

“[…] E chissà come sarà lui domani / Su quali strade camminerà / Cosa avrà nelle sue mani, le sue mani / Si muoverà e potrà volare / Nuoterà su una stella […]”.

È un “folle volo” la ricerca scientifica: nasce, si irradia ed irraggia energia continua attraverso il viaggio, elemento generativo che spinge, nel nostro tempo, molti avventurosi ricercatori in campo scientifico – in modo particolare in campo medico – a continue peregrinazioni per il mondo, in aereo, in treno o “a nuoto sulle stelle” – volendo parafrasare Dalla – nel tentativo di arricchire lo scafo delle proprie navi di nuove competenze ed innovative idee che possano, davvero, generare futuro e speranze di vita. Quante, quante navi è possibile scrutare nel mare della conoscenza, osservarle vagare ed errare lungo prospettive continue, infinite, verso “orizzonti possibili”, tangibili, non così perennemente lontani ed irraggiungibili! Ci si potrebbe, dunque, domandare: esiste davvero un orizzonte, oppure si tratta solo di una utopia, di una favola che raccontano i vecchi lupi di mare ai bambini prima che li colga il sonno ed un altro lungo viaggio li attende, all’alba del nuovo giorno?

In questa prospettiva futura naviga a vele spiegate Progetto Heal, attraverso una missione che, dell’antico eroe cantato da Omero, conserva i tratti mitici di un istinto continuo a una spiccata ed incessante necessità di “viaggio”, inteso non solo come strumento di conoscenza, ma soprattutto come pura esperienza di trasmissione di conquiste che possano segnare tappe essenziali nella ricerca scientifica in campo neuro-oncologico pediatrico.

Il grande scafo della nave Heal continua ad ispirare e ad ospitare ricercatori avventurosi il cui destino è tentare di trovare strumenti aggiornati ed efficaci che possano assicurare a tanti piccoli combattenti la possibilità di tornare a “guardare la vita ad occhi aperti”, capovolgendo il bellissimo finale de Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Nel proprio viaggio, Progetto Heal ha fatto sì che tanti temerari, naviganti e navigati ricercatori sparsi per il mondo possano approdare, tornando, nella nostra Italia – un luogo, troppo spesso, inospitale per scienziati e ricercatori – facendo sì che la ricerca in campo neuro-oncologico pediatrico possa “tornare” a ridisegnare le traiettorie dello sguardo di quei piccoli pazienti che, nel reparto a loro dedicato dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesú di Roma, scrutano dai letti e dalle vetrate un futuro prossimo che non faccia più paura, perché la paura non può appartenere al futuro, esattamente come è possibile leggere nel finale di Futura:

“[…] Aspettiamo che ritorni la luce / Di sentire una voce / Aspettiamo senza avere paura, domani”.

Il veleggiare dei ricercatori sulla nave Heal è, quindi, un nostos, un viaggio di “ritorno a casa” su un’imbarcazione che traghetta ricchezze, tesori, competenze ed armi da guerra che possano contrastare un male sempre più debole, un nemico che, nel tempo, è divenuto progressivamente inerme, fiaccato, indebolito e, definitivamente, contrastato. È proprio attraverso il “ritorno” che questa nostra Italia può e deve tornare a popolarsi di competenze che scrivano un futuro noto, non più ignoto, che si possa guardare ad occhio nudo e non più al microscopio o attraverso una lente di ingrandimento, un futuro che possa vivificare se stesso grazie a un sapere ed a competenze specifiche e specialistiche non più disperse per il mondo, ma vicine, disponibili, reperibili e alla portata di tutti, in ogni momento. L’equipaggio della nave Heal è, appunto, la vera ricchezza che viene riportata a casa, oltre le tempeste, le arsure, le maree ed il mugghiare dei flutti, perché non c’è vento più propizio della vita stessa per navigare, col vento in poppa, verso la direzione esatta dove convergono i sogni, gli sguardi e le certezze: 

“[…] E andare in giorni bianchi come arsura, / soffio di vento e forza delle braccia, / mano al timone e sguardo nella pura / schiuma che lascia effimera una traccia; / andare nella notte che ti avvolge / scrutando delle stelle il tremolare / in alto l’Orsa e un segno che ti volge / diritta verso il nord della Polare. / E andare come spinto dal destino / verso una guerra, verso l’avventura / e tornare contro ogni vaticino / contro gli Dei e contro la paura. […]”.

Ivano Capocciama (Ufficio Stampa – Progetto Heal)